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venerdì 30 novembre 2018

Josè Ryoki, lo scrittore più prolifico al mondo

Cari lettori, ben ritrovati nella mia rubrica culturale del venerdì. Questa settimana ho deciso di parlarvi di un autore che non conoscevo, ma che detiene un primato molto particolare, ovvero quello di essere lo scrittore più prolifico al mondo.

Nato nel 1946, Josè Ryoki è di origine brasiliana: nel 1986 ha deciso di abbandonare definitivamente la sua carriera di medico per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e realizzando così tanti libri da entrare, nel 1993, nel celebre "Guinnes dei primati". Lo scrittore risulta infatti essere autore di più di mille romanzi, che spaziano dalla fantascienza ai romanzi d'amore, dal genere western al thriller.

Nel 1996 è stato sfidato da un giornalista del Wall Strett Journal a scrivere un romanzo nel più breve tempo possibile, e l'autore è riuscito a concluderne uno iniziandolo alle 23.30 e completandolo alle 4 del mattino. 

Pare che attualmente l'autore sia arrivato a quota 1075 romanzi (soprattutto tascabili) ma è tutt'ora prolifico e non si escludono numeri ancora più elevati.

A questo punto sorge spontanea una domanda: quale sarà la qualità delle sue opere? Ammetto di non averne letto nemmeno una, ma se qualcuno di voi lo conoscesse mi piacerebbe scoprire un parere in merito.

Fonti:




Sito ufficiale dell'autore:

venerdì 23 novembre 2018

Gli haiku

Cari lettori, ritorna oggi la mia rubrica del venerdì riguardante la letteratura e la cultura. Questa settimana ho scelto di parlarvi di un genere poetico che proviene dall'oriente, ma molto apprezzato anche nel nostro paese, l'haiku.



L'haiku è un componimento poetico molto breve, nato in Giappone nel X secolo, come forma di divertimento tra i nobili di corte. Ognuno di loro era solito comporre brevi poesie su un tema che era stato precedentemente concordato per poi condividerlo con gli altri. All'epoca, nel componimento doveva soprattutto risaltare l'abilità tecnico-linguistica, in seguito si concepì questa forma di scrittura come mezzo per suscitare emozioni e sensazioni attraverso l'uso di pochissime parole che riproducevano un'immagine o una suggestione che il poeta voleva far rivivere nei suoi lettori.

La struttura degli haiku è fissa: infatti sono composti da 17 sillabe suddivise in tre strofe, rispettivamente di 5, 7 e 5 sillabe per verso. 

Inizialmente questa forma poetica fu affidata alla tradizione orale, solo in seguito iniziò a essere trascritta. Matsuo Basho viene oggi considerato il primo e il più famoso scrittore di haiku, questo è uno dei suoi componimenti più famosi:


La campana del tempio tace

ma il suono continua

ad uscire dai fiori.


Come si può notare, nel secondo verso, il verbo "continua" è in netta contrapposizione a ciò che viene espresso nel primo verso. Negli haiku, infatti, il secondo verso viene definito Kireji ("parola che taglia"), proprio perchè di solito ribalta la prima immagine che si presenta nella mente del lettore mentre legge il primo verso. Importante tener presente anche la contrapposizione tra l'elemento umano, "campana" (prima parola dell'haiku) e quello naturale, "fiori" (ultima parola dell'haiku). Infine, elemento comune di questo componimento ma anche degli haiku in generale è l'assenza di figure retoriche: questo perchè lo scopo di queste poesie è far sì che il lettore colga le suggestioni di un evento semplice, quotidiano, slegato da artificiosità.

Gli haiku si diffusero presto anche nel mondo occidentale: Keruac, per esempio, scrisse raccolte di haiku, ma si pensa che anche gli autori ermetici italiani, nella scelta del loro stile poetico, abbiano preso spunto dalle suggestioni di questo tipo di conponimenti.

E voi conoscete gli haiku? Avete autori preferiti o ne avete mai scritto uno? Se vi va di leggerne altri, vi consiglio di cliccare sul terzo sito che trovate nella sezioni fonti.

Fonti:



venerdì 14 settembre 2018

Dieci curiosità su Federico II di Svevia

Cari lettori, oggi vorrei riprendere la mia rubrica culturale del venerdì, parlandovi di un sovrano dell'epoca medievale molto importante e particolare, Federico II di Svevia. Ecco dieci curiosità sulla sua persona:



1. Era figlio di Enrico VI (imperatore del Sacro Romano Impero e figlio del Barbarossa) e di Costanza d'Altavilla (di stirpe normanna), che morirono quando era solo un bambino. Per questo, prima di diventare imperatore, venne affidato alla tutela dell'allora Papa Innocenzo III;
 
2. Fu una figura talmente particolare per l'epoca che venne soprannominato "Stupor mundi";
 
3. Attorno alla sua residenza fece allestire un lussureggiante giardino zoologico, con leoni, scimmie, pappagalli...;
 
4. La sua curiosità lo portò a compiere anche azioni brutali: famoso il suo esperimento su due condannati a morte, che fece letteralmente a pezzi per studiarne i loro processi di digestione, oppure quello di isolare neonati per comprendere se fossero in grado o meno di sviluppare un linguaggio;
 
5. Era molto attratto dal mondo e dalla cultura araba;
 
6. Grazie alle sue amicizie con i sovrani arabi, fu l'unico a vincere una crociata solo grazie a trattative diplomatiche, senza alcun spargimento di sangue. Nonostante questo, però, entrò in conflitto con il Papa;
 
7. Nel 1224 fondò l'università di Napoli, che ancora oggi porta il suo nome;
 
8. Attorno alla sua corte nacque la prima scuola poetica della letteratura italiana, la cosiddetta "scuola poetica siciliana";
 
9. Anch'egli fu autore, in particolare di un trattato sulla caccia del falcone;
 
10. Appassionato di cucina, era famoso per i suoi sontuosi banchetti, e per aver introdotto dolci come la cassata e i canditi.

venerdì 8 giugno 2018

La fabbrica dimenticata

Cari lettori, oggi ritorna la mia rubrica culturale, questa volta dedicata all'anniversario di una tragedia accaduta alla fine della prima guerra mondiale, un fatto che per molti anni è stato destinato all'oblio, e che solo in quest'ultimo periodo è stato fatto conoscere al grande pubblico. Sto parlando dello scoppio della polveriera "Sutter & Thevenot", situata a Castellazzo di Bollate, città della provincia di Milano. Ma ripercorriamo insieme le tappe di quello che successe in quel lontano 7 giugno del 1918:

Alle ore 13.50 lo stabilimento Sutter & Thèvenot venne scosso da una devastante esplosione, che provocò tra le operaie della produzione oltre una sessantina di vittime, di età compresa tra i 14 e i 30 anni.

Si parlò di 59 morti e 300 feriti, ma non fu mai possibile stabilire il numero preciso, in quanto l'esplosione avvenne nel reparto spedizione dove vi era la massima concentrazione di esplosivi, che disperse i resti di molti corpi. 

L'esplosione fu sentita nel raggio di 30 Km, e produsse la rottura dei vetri in tutte le case, chiese, fabbriche, asili, e scuole dei paesi vicini a Castellazzo come Bollate, Senago, Garbagnate. I soccorsi della Croce Rossa giunsero da Milano e dai paesi limitrofi: dalle 14,30 fino alle 21 fu un continuo andirivieni di auto e mezzi. Arrivarono immediatamente anche i Parroci di Castellazzo, Senago e Pinzano per i soccorsi religiosi. Appena informato del gravissimo incidente, accorse il Cardinale Arcivescovo di Milano, che si recò sul posto visitando la località colpita dallo scoppio, benedicendo i morti e confortando i feriti e gli operai rimasti illesi. 

Il Corriere della Sera e l'Avanti di domenica 9 giugno 1918 pubblicarono il comunicato emesso il giorno prima dall'agenzia di stampa Stefani di Roma (unica autorizzata a emettere informazioni durante il periodo bellico): nel testo appariva la volontà di minimizzare l'accaduto perché la produzione della fabbrica, essendo in guerra, non doveva essere rallentata, nemmeno a fronte di questa tragedia.

Tra i molti soccorritori vi era il diciannovenne Ernest Hemingway (non ancora famoso), allora in servizio presso la Croce rossa di Milano. La vista dei corpi dilaniati fu per lui un trauma tremendo. 

Il funerale ebbe luogo presso la chiesa di Castellazzo il 9 giugno 1918 alle ore 15: diecimila persone assistettero alla cerimonia funebre, che venne celebrata sul piazzale antistante la chiesa di Castellazzo. La maggior parte delle salme furono poi sepolte nel cimitero di Bollate.

Finita la guerra, lo stabilimento venne completamente smantellato, anche su richiesta della Giunta Municipale di Bollate che, come risulta in un verbale del 1919, pregava il Sindaco di insistere presso le autorità competenti affinché venisse completamente chiuso il polverificio.

Oggi, in quel posto, rimane solo la cabina elettrica (foto di mia proprietà):




Per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, consiglio la lettura del volume "La fabbrica dimenticata", la cui copertina potete vedere nell'immagine, che ho preso dal sito https://www.bordegoni.com/la-fabbrica-dimenticata/

Qualche settimana fa, prima su rai 3 e poi su rai Storia è stata mandata in onda una puntata dedicata a questo tragico avvenimento, del quale quest'anno ricorre il centenario. Un'occasione per ricordare queste giovani donne troppo a lungo dimenticate, e per riflettere sul ruolo delle donne in ambito lavorativo durante la guerra. 

venerdì 6 aprile 2018

Giornate Fai di Primavera 2018

Cari lettori, oggi vorrei dedicare il post culturale del venerdì al racconto della mia esperienza durante le giornate FAI di primavera, che quest'anno si sono svolte il 24 e il 25 marzo.

Per chi non lo sapesse, durante queste giornate è possibile visitare molti luoghi di grande pregio naturalistico, artistico, culturale... che molto spesso, durante l'anno, sono chiusi al pubblico. Inoltre la visita è guidata, e ciò permette di conoscere meglio ciò che si sceglie di visitare.

L'anno scorso vi raccontai della mia visita all'archivio dell'Ospedale Maggiore di Milano (http://langolodiariel.blogspot.it/2017/03/iniziative-culturali.html), quest'anno ho deciso, invece, di visitare il Padiglione Reale della Stazione Centrale di Milano, un luogo davvero suggestivo.




Non tutti sanno, infatti, che nella stazione più importante del capoluogo milanese è presente una zona che, un tempo, era riservata esclusivamente alla famiglia Savoia, che la usava come sala d'attesa. 

Venne progettata nel 1931 dall'architetto Ulisse Stacchini, e da circa una decina d'anni è stata riaperta al pubblico dopo lavori di restauro, che hanno privilegiato il recupero dei materiali originali. 

La zona è composta, al piano inferiore, dalla Sala delle Armi e, al piano superiore, dalla Sala Reale, uno spazio davvero molto grande (dal quale si accede da una maestosa scalinata) e curato nei minimi dettagli, grazie alla presenza di marmi, fregi, mobili d'arredo, maestosi lampadari. In fondo alla sala è presente anche un piccolo bagno nel quale, dietro a uno specchio, si nascondeva addirittura un passaggio segreto, che però non fu mai utilizzato!

Affacciandosi nel terrazzino del primo piano, è inoltre possibile godere di una visuale dall'alto della Piazza, nella quale attira l'attenzione l'immagine, a terra, del nodo, simbolo della casata dei Savoia.

Insomma, un'esperienza davvero molto bella, un piccolo gioiello che contrasta con la frenesia della stazione, che vi consiglio di visitare se vi si dovesse presentare l'occasione!

E voi, avete partecipato alle giornate FAI di primavera? Cosa avete visto d'interessante? Se vi va, raccontatemelo nei commenti!

Fonti:

- scheda FAI cartacea

venerdì 9 marzo 2018

Una scrittrice da premio Nobel: Grazia Deledda

Cari lettori, nel giorno successivo alla festa della donna ho deciso di riproporvi la mia rubrica culturale del venerdì e di parlarvi di una scrittrice molto importante della nostra storia della letteratura: Grazia Deledda.



Di origine sarda, fu la prima donna italiana a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1926. Nata nel 1871, frequentò la scuola solo fino alla quarta elementare, per poi proseguire la sua istruzione con un precettore privato e tanto studio da autodidatta. 

La passione per la letteratura le si manifestò sin dalla giovane età quando, a partire dai quindici anni, cominciò a collaborare con riviste e giornali, sulle quali pubblicò articoli di vario genere. 

Nel 1899 si trasferì a Roma, dopo aver sposato Palmiro Madesani, che poi divenne il suo agente letterario: nella Città Eterna pubblicò opere che ottennero molto successo, come Elias Portolu, Dopo il divorzio, Cenere, L'edera, Canne al vento, romanzi di stampo verista nei quali la tematica portante risulta essere l'analisi delle complesse dinamiche familiari, che investono il rapporto tra genitori e figli, ma anche tra i due coniugi. 

Come accennato all'inizio del post, nel 1926 ottenne il premio Nobel per la letteratura, per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano. Fu la prima donna italiana a vincerlo e la seconda dopo Giosuè Carducci.

La scrittrice morì nel 1936 per un tumore al seno. Uscì postumo la sua ultima opera, Cosima, di stampo autobriografico e incompiuta. Le sue spoglie sono conservate a Nuoro, nella Chiesa della Solitudine.
 
Fonti:




Foto presa da ANSA.it

venerdì 16 febbraio 2018

Il carnevale in poesia

Cari lettori, anche se il periodo del carnevale è finito in quasi tutta Italia, nella mia regione (Lombardia) continua fino a domani, così ho deciso di approfittarne non solo per mangiare qualche dolcetto in più, ma anche per scrivere un post a tema. Quest'anno ho deciso di riportarvi tre poesie d'autore che parlano della festa più originale e colorata dell'anno.



 
La prima è del commediografo Carlo Goldoni, il quale nei suoi versi mette in luce la frenesia di questo periodo, che provoca allegria e divertimento:



                   Carnevale

La stagion del Carnovale
tutto il Mondo fa cambiar.
Chi sta bene e chi sta male
Carnevale fa rallegrar.
Chi ha denari se li spende;
chi non ne ha ne vuol trovar;
e s'impegna, e poi si vende,
per andarsi a sollazzar.
Qua la moglie e là il marito,
ognuno va dove gli par;
ognun corre a qualche invito,
chi a giocare e chi a ballar.



La seconda che ho scelto è stata scritta da Gabriele D'Annunzio: in essa, con tono ironico, il poeta personifica il carnevale in un vecchio pazzo che, in questo periodo, si dà a spese folli e mangia tantissimo, non solo dolci, ma anche pane, tarallucci e cotechino. Poi, beve e beve vino, fino a scoppiare e a morirne...




Carnevale vecchio e pazzo

Carnevale vecchio e pazzo
s’è venduto il materasso
per comprare pane, vino,
tarallucci e cotechino.
E mangiando a crepapelle
la montagna di frittelle
gli è cresciuto un gran pancione
che somiglia a un pallone.
Beve e beve e all’improvviso
gli diventa rosso il viso,
poi gli scoppia anche la pancia
mentre ancora mangia, mangia…
Così muore il Carnevale
e gli fanno il funerale,
dalla polvere era nato
ed in polvere è tornato.


L'ultimo componimento che ho scelto di presentarvi è stato scritto da Trilussa e pone al centro dell'attenzione un episodio del suo passato legato a una vecchia maschera:

La maschera
 
Vent’anni fa mi mascherai pur io!
E ancora tengo il muso di cartone
che servì per nasconder quello mio.
Sta da vent’anni sopra un credenzone
quella maschera buffa, ch’è restata
sempre con la medesima espressione,
sempre con la medesima risata.



Vi sono piaciuti questi componimenti? Ne conoscete qualcuno che avete voglia di ricordare? Se vi va scrivetelo nei commenti :-)  

Fonti:




venerdì 26 gennaio 2018

La Risiera di San Sabba

Cari lettori, anche quest'anno ritorna la mia rubrica culturale, i cui post pubblicherò sempre di venerdì, anche se non con regolarità. Oggi ho scelto di parlarvi di un tema legato alla "Giornata della memoria", ovvero della Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio in territorio italiano.


Venne costruito nel 1913 nel quartiere di San Sabba di Trieste, inizialmente per uso industriale. Nel 1943, venne utilizzato come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l'armistizio dell'8 settembre. Verso la fine dell'ottobre dello stesso anno, quello di San Sabba divenne un campo di detenzione di polizia, destinato allo smistamento di coloro che sarebbero poi stati deportati in Germania o in Polonia, ma anche all'eliminazione di ebrei, partigiani, oppositori politici. Dopo la costituzione della repubblica di Salò, infatti, quei territori erano stati ceduti ai nazisti, che poterono in questo modo stabilire una loro amministrazione. 

Al piano terra c'erano i laboratori dove venivano impiegati i prigionieri, le camere delle SS e le celle dei detenuti. Due celle servivano per le torture e, a tal proposito, lo studioso Diego de Henriquez ha trascritto tutti i graffiti e le testimonianze di quelle stanze, per non lasciarli cadere nell'oblio del tempo. In un altro edificio venivano rinchiusi coloro che dovevano poi essere deportati, mentre nel cortile interno era presente il forno crematorio. 

A questo luogo sono legate delle cifre terribili: si contano dalle 3.000 alle 5.000 persone uccise e più di 25.000 persone che vi transitarono dirette nei campi di Buchenwald, di Dachau o di Auschwitz. 

Nel dopoguerra la Risiera fu occupata dalle truppe alleate, mentre nel 1965 fu dichiarata Monumento Nazionale. Dieci anni dopo divenne Civico Museo della Risiera di San Sabba. In esso sono presenti anche una mostra storica fotografica e una biblioteca. Molte stanze sono state mantenute nelle stesse condizioni di allora, a testimonianza di un orrore che non deve più ripetersi. 

Fonti:



venerdì 22 dicembre 2017

Natale & Letteratura

Cari lettori, al Natale manca davvero poco e anche il post di oggi sarà a tema. Dopo avervi parlato degli aiutanti di Babbo Natale; della prima del teatro La Scala; di alcuni alberi di Natale; delle tradizioni legate a S. Lucia; di alcuni presepi italiani; di ebook a tema; della canzone Jingle Bells e del solstizio d'inverno, oggi l'argomento si fa più letterario e, per la mia rubrica culturale, ho deciso di parlarvi di alcune opere sul Natale, tre in prosa e tre in versi.

La prima che vi voglio presentare è la novella "I figli di Babbo Natale", che fa parte dell'opera "Marcovaldo" di Italo Calvino. In essa l'omonimo protagonista si reca con il figlio, per conto della sua ditta (solo perchè a Natale bisogna essere buoni, non certo per spirito caritatevole) di casa in casa, travestito da Babbo Natale, per consegnare i regali ai bambini. In una casa molto lussuosa, il figlio di Marcovaldo conosce un bambino viziato, che ha tutto quello che vuole ma non è felice. Intuito il suo stato d'animo, il bimbo del nostro protagonista lo considera come un semplice povero e gli dona un martello, un tirasassi e dei fiammiferi, con i quali il bimbo ricco comincia a distruggere tutto il lusso che l'ha portato a essere un bambino isolato e chiuso in una sorta di "gabbia dorata". Nella novella è quindi presente una netta distinzione tra il mondo ipocrita degli adulti, che può essere causa di rovina dell'infanzia, e quello semplice e genuino dei bambini, a cui basta poco per essere felici. 

Di natura biografica è l'opera di Leonardo Sciascia "Le parrocchie di Regalpetra", una serie di racconti pubblicata nel 1956. In uno di essi, l'autore parla dei temi dei suoi alunni riguardanti la giornata di Natale, in cui affiora la loro condizione di miseria e povertà, in un mondo dove anche i piccoli alunni, oltre a studiare, dovevano lavorare per aiutare la loro famiglia. Uno in particolare lo colpisce:

"Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa".


Del Natale come "festa dell'innocenza" parla Corrado Alvaro in un passo della sua opera più famosa, "Gente in Aspromonte". In esso l'autore racconta anche della diffusione, grazie al Natale, di una nuova speranza, che si concretizza con la costruzione del presepe:

Nei paesi s'è lavorato tutta una settimana per il Presepe.
Nel fondo si stendono rami di aranci carichi di frutta.
Si lanciano ponti coperti di muschio da un punto all'altro, si cos!ruiscono montagne e strade ripide, steccati per le mandre e laghetti.
Il Presepe ha l'aspetto di un paesaggio calabrese. Dalle valli sbucano fiumi, le montagne sono ripide e selvagge.
Su tutto pende il bel giallo dell'arancio come un frutto favoloso.
Il figurinaio che ha fatto i pastori sa che i ragazzi si fermeranno a guardare una per una le figurine.
Perciò, meno che i soldati di Erode; tutti i pastori somigliano a persone conosciute. Sembra un paese vero.



Abbandoniamo la prosa e passiamo alla poesia, con i versi di Eugenio Montale che, nella poesia "Caffè a Rapallo" contenuta nella raccolta "Ossi di seppia" del 1925, si sofferma sulle nuove Sirene, donne raffinate e truccate, che stridono con il vero significato del Natale. Nella seconda parte della poesia, Montale con un repentino cambio di scena, ci parla della musica innocente dei fanciulli, che con la loro semplice gioia e spontaneità non sono ancora stati colti dal male di vivere che sopraggiunge in età adulta e incarnano il sentimento per eccellenza del Natale.





Con brevi e semplici versi, Gabriele D'Annunzio descrive un perfetto quadretto natalizio, dominato dalla luce della stella cometa e da tutti i personaggi che si animano attorno alla capanna dove è nato Gesù:

Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.
O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s'ingiglia.
Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.





Semplice e colloquiale è, da ultimo, la poesia del poeta crepuscolare Marino Moretti, che descrive un paesaggio innevato, la gioia dei bambini e delle mamme e il lento e progressivo camminare del personaggio di Natale per eccellenza, Babbo Natale:

A tutti il vecchio dalla barba bianca
porta qualcosa, qualche bella cosa.
e cammina e cammina senza posa
e cammina e cammina e non si stanca.

E, dopo avere tanto camminato
nel giorno bianco e nella notte azzurra,
conta le dodici ore che sussurra
la mezzanotte e dice al mondo: È nato!





Le opere e i passi riguardanti il Natale sono veramente molti: ci sarebbero altre citazioni da fare, non solo nella letteratura italiana, ma anche in quella fuori dai nostri confini (basti pensare ai celebrerrimi "Piccole Donne" e "Un canto di Natale") perciò, se avete voglia di ricordare qualche altra opera a cui, per esigenze di spazio e di lunghezza, non ho citato, sentitevi liberi di farlo nei commenti.

Nel frattempo, vi saluto e vi dò appuntamento a domani, con l'ultimo post di questa lunga serie di pubblicazioni natalizie, che sarà dedicato alle usanze nel mondo durante il giorno di Natale...vi aspetto!

Fonti:



venerdì 15 dicembre 2017

Un viaggio tra i presepi d'Italia

Cari lettori, ritorna oggi la mia rubrica culturale, anche questa settimana dedicata al Natale! Dopo avervi parlato degli aiutanti di Babbo Natale; della prima del Teatro La Scala; degli alberi di Natale nel mondo e delle tradizioni legate a Santa Lucia, l'argomento del post di oggi è una piccola rassegna tra i più particolari e famosi presepi d'Italia.

Il primo che vi voglio presentare è il presepe sommerso di Laveno Mombello, in provincia di Varese. Venne allestito per la prima volta nel 1975 da parte dei soci del "Club Lugano Sub", che collocarono nel lago Maggiore, a 23 metri di profondità, la statua del Cristo degli abissi. Questa tradizione, che avveniva durante la vigilia di Natale, fu con gli anni resa pubblica anche alle altre persone e, da una sola statua, si passò a un intero presepe, che raggiunse la composizione di 42 statue. E' possibile ammirare il presepe a partire da pochi giorni prima di Natale e fino all'Epifania, non solo di giorno ma anche di sera, grazie a un sistema di illuminazione.

Sempre in Lombardia, ma in provincia di Brescia, molto particolare è il presepe di Marcheno sul fiume Mella, allestito sotto la chiesa parrocchiale e l'oratorio. Strutturato come un percorso di circa 100 metri, offre ai visitatori anche uno spettacolo di luci serale.





Scendiamo verso Sud e andiamo in romagna, dove vengono allestiti dei particolari presepi in sabbia, vero e proprio simbolo delle loro spiagge. In particolare, vi voglio segnalare il presepe di Torre Pedrera (bagni 64-65), che ricostruisce un borgo contadino, con personaggi intenti a svolgere le loro mansioni quotidiane, nel quale spicca la rappresentazione della natività. Altrettanto bello è quello di Rimini, costruito sulla spiaggia libera, che rappresenta la Sacra Famiglia, i Magi e i pastori, oltre che alcuni antichi monumenti della città. 

Non si può parlare di presepe senza citare la città di Napoli, per la quale il presepe rappresenta una vera e propria tradizione per i suoi abitanti:  fin dal 1600, gli artigiani napoletani hanno cominciato ad aggiungere sempre più personaggi, anche particolari, alla classica rappresentazione del presepe, le cui statuine si possono trovare nel quartiere di San Gregorio Armeno, mentre nel quartiere Spaccanapoli è possibile trovare molti accessori, come mulini a vento o cascate. Negli ultimi anni l'ironia napoletana ha portato alla creazione di statuine di personaggi legati al mondo contemporaneo. Quest'anno, per esempio, si possono trovare le statuine rappresentanti i personaggi di Star Wars, che celebrano l'anniversario della saga.


Infine, approdiamo in Sicilia, per parlare dei presepi di Bronte, in provincia di Catania. In città, nel periodo natalizio, è possibile ammirare un'esposizione comprendente 300 presepi di tutto il mondo. Si possono ammirare modelli di cioccolato, di cotone, di cartapesta, ma anche quelli realizzati dagli artigiani siciliani. Lo scopo è quello di trasmettere un senso di fraternità e di tolleranza verso tutte le culture, che esprimono il bello e il senso dell'arte attraverso la realizzazione del loro personalissimo presepe.

E con questo siamo giunti alla fine: vi aspetto al prossimo post natalizio, che verrà pubblicato lunedì 18, e che avrà come argomento la segnalazione di alcuni ebook natalizi di autori emergenti... non mancate!

Fonti:




http://www.snapitaly.it/il-presepe-napoletano/ (da cui ho tratto anche l'immagine)




venerdì 8 dicembre 2017

Alberi di Natale dal mondo

Cari lettori, sulla scia delle feste natalizie, anche la mia rubrica culturale vi parlerà di un'argomento a tema festività. Dopo aver dedicato il primo post natalizio agli aiutanti di Babbo Natale e il secondo alla prima del teatro "La Scala", il post di oggi sarà tutto per gli alberi di Natale, dato che oggi è tradizione allestirli nelle nostre case. Ecco a voi alcuni alberi datati 2017 che vi faranno fare un breve giro del mondo:

Iniziamo con l'Italia: nella città umbra di Gubbio, infatti, dal 1981, è presente il più grande albero di Natale del mondo, tanto da entrare nel Guiness dei primati. Allestito in onore del patrono della città, S. Ubaldo, sulle pendici del monte Igino, non è un albero di Natale nel senso proprio del termine, ma un insieme di luci e istallazioni, che realizzano uno spettacolo affascinante, grazie alla sua altezza di oltre 650 metri e alle 300 luci multicolore. Viene acceso il 7 di dicembre ed è possibile ammirarlo fino all'epifania o poco più.


Ora ci spostiamo in Francia, per ammirare l'albero posto nelle Gallerie Lafayette di Parigi, che verrà inaugurato proprio oggi, giorno dell'Immacolata. Madrina dell'evento sarà la cantante americana Beth Ditto che, dopo aver inaugurato le vetrine natalizie in Boulevard Houssmann, accenderà il gigantesco albero di Natale, quest'anno realizzato con pelouche e leccornie giganti, secondo il tema "Spectacular, spectacular".


 
Saliamo un po' più a nord e arriviamo a Londra dove, a Trafalgar Square, ieri è stato acceso dal sindaco un albero di Natale proveniente dalla Norvegia, come da tradizione. E' dal 1947, infatti, che la Norvegia fa dono all'Inghilterra dell'albero, in segno di ringraziamento per l'aiuto ricevuto durante la seconda guerra mondiale contro l'invasione tedesca. Le decorazioni dell'albero sono molto sobrie e sono caratterizzate da 300 luci bianche. Periodicamente, fino al 23 dicembre, vicino all'albero, sono soliti esibirsi numerosi cori, che intrattengono i passanti con le più belle canzoni di Natale.


Lasciamo l'Europa, attraversiamo l'oceano Atlantico, e arriviamo a New York, dove ci attende il celeberrimo albero di Rockefeller Center. Quest'anno è un abete di 12 tonnellate, proveniente dalla Pennsylvania, alto quasi 23 metri, carico di lucine colorate e con la punta a stella di cristalli Swarovski.Verrà spento il 7 gennaio e, la sua legna, sarà donata a un'associazione che costruisce case ai senzatetto. Quest'anno, alla cerimonia di inaugurazione, hanno partecipato il sindaco, le ballerine del corpo di ballo del Radio City Hall di New York e numerosi cantanti, come Seal e Gwen Stefani. 
La tradizione di questo albero di Natale risale al 1931.


Torniano nelle nostre zone e diamo un'occhiata all'albero della Città del Vaticano, cuore della cristianità e del senso religioso del Natale. Il loro albero è stato inaugurato ieri: quest'anno proviene dalla Polonia, in particolare dall'arcidiocesi di Elk, è alto 28 metri ed è stato decorato dai bambini provenienti dai centri oncologici e dalle aree terremotate. La tradizione dell'albero di Natale in Vaticano quest'anno compie 35 anni. Il primo fu infatti voluto nel 1982 da Papa Giovanni Paolo II e collocato al centro del colonnato del Bernini.

E con l'albero del Vaticano termina il nostro breve giro del mondo: quale di questi vi è piaciuto di più? Vi va di ricordarne o di citarne altri? Sentitevi liberi di farlo nei commenti :-)

P.s. Vi ricordo che il prossimo post natalizio verrà pubblicato il 13 dicembre e avrà come argomento la leggenda di Santa Lucia e le sue tradizioni... vi aspetto!

Fonti (dagli stessi siti sono state prese le immagini):







venerdì 24 novembre 2017

La festa del ringraziamento in America

Cari lettori, oggi è venerdì, giorno nel quale pubblico post a sfondo culturale. Questa settimana ho scelto come argomento la festa del ringraziamento, tipica della tradizione e degli usi americani, che si è celebrata ieri, 23 novembre 2017. 

Ma qual è l'origine di questa celebrazione, cosa si pone di ricordare e, soprattutto, ringraziare? Quali sono i suoi simboli più comuni? 


Questa ricorrenza viene celebrata ogni anno il terzo giovedì di novembre, e la sua origine risale al 1621. In quell'anno, presumibilmente tra il 21 settembre e l'11 novembre, i padri pellegrini, che avevano da poco raggiunto il "Nuovo Mondo", decisero di indire una festa, durata tre giorni, per festeggiare, assieme ai nativi americani, il loro primo raccolto. Apprendiamo quindi che, in origine, lo scopo dei festeggiamenti era legato al ciclo del raccolto e alla sua fine. Nel 1863, l'allora presidente americano Lincoln proclamò che la festa del ringraziamento si sarebbe dovuta tenere il terzo giovedì di novembre e così è stato fino ai giorni nostri. 

Con il tempo, però, ha modificato la sua finalità: alla gioia per il raccolto si è sostituita la voglia di stare insieme, per dire "grazie" per tutto ciò che di positivo si è ricevuto durante l'anno e perdendo quindi la sua finalità prettamente agricola. 

Simbolo famoso della festa è il tacchino: anche se, durante le prime celebrazioni non era solito presenziare nelle tavole degli americani, l'animale divenne in seguito un vero e proprio must dopo essere stato citato in un romanzo della scrittrice Hale come pietanza perfetta per questo giorno. Secondo la tradizione, ogni anno il presidente americano è solito concedere la grazia a un tacchino, salvandolo in questo modo dal funesto destino dei suoi compari.

Altre usanze tipiche sono la partita di football da guardare nel pomeriggio e la parata di Macy di New York, durante la quale sfilano carri per le vie della città. Si pensa inoltre che la stessa canzone natalizia Jingle Bells, fosse inizialmente scritta e musicata per festeggiare il ringraziamento. 

A questo giorno segue il cosiddetto "Black friday", il venerdì dei super sconti, che dà il via alla cosiddetta "corsa alle compere" di Natale, dando così inizio ufficialmente al periodo natalizio.


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