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venerdì 8 gennaio 2016

L'impresa (mio quarto racconto, presentato a un concorso sul tema del treno)

“Oddio, quanta gente! Chissà che storia oggi mi toccherà ascoltare…” stavo pensando una mattina di inizio ottobre.
O siamo già alla fine?
Il fatto è che sono talmente tanti giorni che viaggio su questo treno che ormai ho perso la cognizione del tempo. Di solito però tendo a far passare la noia ascoltando i discorsi dei miei compagni di viaggio. Ok, lo so che origliare non sta bene, ma d’altronde qualcosa dovrò pur fare. In realtà però, dopo l’iniziale entusiasmo dei primi giorni, la mia curiosità si è un po’ afflosciata. Gira e rigira le tematiche sono sempre quelle, prendiamo per esempio il lunedì: anche senza sapere che ci troviamo nel primo giorno della settimana, lo capiremmo dai discorsi, basati principalmente sul racconto delle prodezze compiute nel week-end e sulla poca voglia di ritornare al lavoro. I discorsi tendono a modificarsi man mano che ci si avvicina alla metà della settimana, nella quale gli argomenti preferiti sono soprattutto incentrati sui figli e la scuola; sul rispettivo coniuge; su qualche nuova ricetta che si vorrebbe provare. Argomenti di vita quotidiana, insomma. Ma man mano che ci si avvicina alla fine ecco che abbiamo la svolta: rinvigoriti da una nuova energia, i problemi quotidiani vengono sostituiti dai progetti per il sabato e la domenica e lo stress dal sollievo per aver terminato un’altra settimana lavorativa. Nel week-end invece i treni sono più tranquilli: cambia la natura dei miei compagni di viaggio e a lavoratori stressati si sostituiscono soprattutto ragazzi e ragazze che usano il mezzo di trasporto per uscire e divertirsi.
Capite che nelle prime settimane ero anche incuriosito da questo, mentre ora, beh, diciamo che mi piacerebbe ascoltare qualcosa di diverso. Anzi no, già che ci sono, mi piacerebbe raccontarla io una storia. E saprei pure quale. Anzi, se proprio vogliamo pensare in grande, mi piacerebbe addirittura scriverla questa storia e magari presentarla a quel concorso che proprio in questo periodo viene pubblicizzato su dei volantini attaccati ai sedili del treno. Va beh, adesso però non esageriamo. Comunque, prima di raccontare la mia storia, vorrei fare una sorta di introduzione per presentare i miei personaggi: dovete sapere infatti che durante la mia permanenza sul treno ho avuto modo non solo di origliare i discorsi dei miei compagni di viaggio, ma anche di osservarli molto bene. Vizi, virtù, comportamenti abituali… Ed è da queste osservazioni che ho capito che tutte queste persone si possono suddividere in alcune categorie. Per esempio, ci sono alcune persone che definirei “Musica-dipendenti”, infatti passano quasi tutto (se non tutto) il viaggio attaccati a uno strano marchingegno con le cuffie, dal quale esce della musica. I soggetti in questione possono a sua volta distinguersi in due categorie: quelli “Discreti”, che se ne stanno buoni buoni ad ascoltare musica a un volume normale e quelli “Rumorosi” che vogliono rendere partecipe tutta la carrozza dei loro gusti musicali tenendo l’apparecchio ad un volume altissimo. Ma non tutti ascoltano le canzoni quando viaggiano: altri infatti, che definirei “Intellettuali”, non viaggiano mai senza la compagnia di un bel libro o giornale, anche se il più delle volte quest’ultimo potrebbe essere incentrato solamente sul gossip del momento, soprattutto per quanto riguarda le signore. Non che i signori siano da meno, però diciamo che agli scandali e ai pettegolezzi delle star preferiscono le prodezze dei loro idoli sportivi (Ah, dimenticavo: i loro nemici peggiori sono i cosiddetti “Scrocconi”, ovvero coloro che tentano, senza farsi vedere, di leggere segretamente le loro letture).
Altre due tipologie di personaggi sono i “Dormienti”, ovvero coloro che ne approfittano per schiacciare un pisolino e i “Chiacchieroni”, ossia quelli che o parlano al cellulare, o, facendo gruppo, se la raccontano. Possono essere persone che già si conoscono, oppure che si sono conosciuti proprio sul treno. Sapeste quante amicizie ho visto nascere… Una cosa però: mai mettere insieme i “Dormienti” con i “Chiacchieroni” perché se no saranno scintille!
Altra categoria che ho rilevato durante la mia lunga osservazione è quella delle “Equilibriste”, ovvero quelle signore che, con tutta la mia ammirazione, sono in grado di truccarsi sul treno, incuranti di brusche frenate, spinte dei viaggiatori, perdita improvvisa della luce nella carrozza. Prima o poi mi piacerebbe sapere come fanno…
Da ultimo vorrei ricordare altre due categorie: gli “Sportivi” e i “Novelli”. I primi possono essere descritti come coloro che, con i loro scatti veloci, sono i primi a scendere dal treno per poi raggiungere (sempre di corsa) altri mezzi di trasporto. Ma sono anche abili nel riuscire ad acchiappare il treno (magari mentre le porte si stanno chiudendo) proprio mentre questo sta partendo. I secondi sono invece coloro che salgono sul treno poche volte, e che non conoscono tutti i meccanismi che questo comporta: li potrete notare dalla loro posizione sempre sull’attenti e nel fatto che sono soliti contare le fermate. Inoltre sono quelli che più si impauriscono quando la voce metallica del treno che annuncia le stazioni si inceppa e scambia un paese per l’altro: i poveretti sono soliti guardarsi intorno sgomenti e chiedere informazioni al passeggero più vicino, per poi tirare un sospiro di sollievo.
Ok, questi sono i personaggi della storia che vi sto per raccontare. Dovete sapere che qualche settimana fa (o forse mese: ve l’ho detto che non so più calcolare i tempi!) me ne stavo bello tranquillo vicino al corridoio: in quella posizione stavo proprio bene. Infatti da lì potevo osservare tranquillamente tutto quello che succedeva nel treno: addirittura potevo intravedere anche alcuni passeggeri della carrozza di fianco. La giornata sembrava preannunciarsi come una tipica e tranquilla giornata di lavoro: uomini, donne e studenti salivano a ogni fermata e piano piano tutto il treno si stava riempiendo, lo capivo soprattutto dal fatto che l’andatura del mezzo era lenta e affaticata. A un tratto qualcuno attirò la mia attenzione: nel gruppo di viaggiatori in fondo a destra riuscii a intravedere (anche se con un po’ di difficoltà) un uomo che, fingendosi un “Intellettuale” con un libro molto grosso (talmente grosso da scoraggiare qualunque “Scroccone”), riuscì abilmente a sfilare il portafoglio dalla borsetta di una “Dormiente” che, imprudentemente, l’aveva lasciata aperta. Mi guardai intorno per vedere se qualcuno si era accorto del fattaccio (se c’è una cosa che non sopporto sono proprio le ingiustizie!): da una parte un gruppo di “Chiacchieroni” stava intavolando una discussione su un fatto di cronaca nera a quanto pare di grande rilievo televisivo; dall’altra parte c’erano rispettivamente: un “Musica-dipendente” ignaro di tutto perché guardava fuori dal finestrino; una “Equilibrista” intenta a guardarsi nello specchietto per applicarsi l’ombretto sulle palpebre e una “Novella” che, tutta preoccupata, parlottava fra sé e sé.
E ora cosa faccio?
Non feci in tempo a pensare ciò che, nello stesso momento, il treno arrivò al capolinea. La “Dormiente” ridestatasi cominciò a frugare nella borsetta (secondo me cercava i soldi per comprarsi il biglietto della metropolitana) ma, una volta accortosi di quello che era successo, cominciò a urlare:
- Mi hanno derubata!
Il resto successe tutto molto in fretta: il finto “Intellettuale”, fattosi prendere dal panico, cominciò a correre, per raggiungere l’uscita. Allora uno “Sportivo”, con uno scatto degno del miglior maratoneta, cercò di raggiungerlo, ma c’era troppa confusione, a causa dell’enorme flusso di gente che si stava alzando per poter uscire. Ormai sembrava non esserci più via di scampo: il ladro l’avrebbe fatta franca. Ma non aveva ancora fatto i conti con me: nel cercare di raggiungere l’uscita il malfattore mi venne letteralmente addosso e addirittura inciampò su di me in un modo talmente plateale che finì rovinosamente a terra. Nessuno si rese conto del perché fosse scivolato in tal modo (secondo me nemmeno lui) però fu proprio grazie alla mia presenza che lo “Sportivo” riuscì a raggiungerlo, seguito dalla “Dormiente”, mentre qualcuno cercò di attirare l’attenzione di un controllore del treno che si trovava da quelle parti.
Ah che impresa! Oh che gioia, gaudio, trionfo e soddisfazione! Ma la mia allegria dopo un po’ si spense: per prima cosa nessuno si era accorto di me e tutti gli onori andarono allo “Sportivo” (brutto usurpatore!) e poi mi resi conto che, a causa dell’urto, ero stato sbalzato in un angolo buio e polveroso del treno, dal quale avevo perso quasi tutta la bella visuale che avevo prima. E da qui non mi sono più mosso, tant’è che è sempre da questo angolo che tutti i giorni ascolto i discorsi dei viaggiatori, visto che da vedere ormai mi è rimasto ben poco. Ma, nonostante tutto, la soddisfazione rimane: quella non me la può togliere nessuno! Anche se, lo devo ammettere, se potessi raccontare questa storia (le darei anche un titolo: “L’impresa”) ne sarei tutto orgoglioso: ma si sa, un povero tappo di bottiglia non può parlare e perciò tutto questo rimarrà per sempre un segreto che conserverò tra me e me. E poi, cerco anche di guardare il lato positivo della situazione: qua nascosto nessuno mi può vedere e di certo sarà difficile che finirò dentro a quelle enormi scatole blu poste sotto i finestrini. Si dicono così tante leggende su quelle strane costruzioni… Ma quella è un’altra storia!

La prova (mio terzo racconto, finalista al concorso a tema "Speriamo che sia femmina")

La vita di Hamed non era molto diversa da quella dei suoi connazionali. Era nato in un piccolo paese del Marocco, ed era cresciuto in una famiglia numerosa, composta da cinque fratelli e quattro sorelle. A vent’anni si era sposato e in breve tempo era diventato padre di tre bambini.
La vita nel suo paese era molto difficile, non aveva un lavoro fisso, e sua moglie stava tutto il giorno in casa con i bambini, che avevano sempre più fame. Così, decise di dare una svolta alla loro vita imitando la scelta di alcuni suoi conoscenti: andare in Italia. Nonostante il parere diffidente della moglie, un giorno, con pochi risparmi, s’imbarcò su una nave diretta a Palermo. Il suo progetto consisteva nello stare lì da solo il tempo necessario per guadagnare abbastanza denaro, per far poi trasferire lì definitivamente tutta la sua famiglia. Durante il viaggio, per potersi pagare completamente le spese, lavorò come mozzo e facchino sulla nave.
Una volta giunto sull’isola, riuscì a trovare una sistemazione dividendo un piccolo monolocale in subaffitto con altri tre coinquilini che provenivano dal suo stesso paese. Subito dopo essersi sistemato, si diede da fare per trovare un lavoro, e ben presto venne assunto come operaio in una catena di montaggio. Lavorava più di dieci ore al giorno, con uno stipendio di pochi euro, la vita era cara e la prospettiva di rivedere la sua famiglia si faceva sempre più lontana. Tutto quello che guadagnava lo mandava alla moglie, che però trovava difficoltà nell’accumulare i risparmi per poterlo raggiungere con i bambini. Molte volte si scoraggiava, ma era un tipo testardo, e difficilmente avrebbe abbandonato il proposito di offrire alla sua prole una vita migliore.
Ben presto però si rese conto che, per integrarsi nel suo nuovo mondo, avrebbe dovuto imparare bene la lingua italiana: tante volte si trovava in difficoltà quando doveva comunicare con la gente del posto. Decise così di iscriversi a un corso di italiano per stranieri offerto gratuitamente dalla parrocchia. Il corso si teneva alla sera, subito dopo il lavoro, ed era strutturato in tre livelli: elementare, intermedio e avanzato.
Dopo qualche mese, quando terminò il corso elementare, Hamed dovette affrontare una prova per poter accedere al livello intermedio. Si trovò così a dover studiare subito dopo il lavoro su libri di lessico, di grammatica, di ortografia. Prima di addormentarsi ripeteva tutti i tempi verbali del verbo “essere”, mentre alla mattina quelli del verbo “avere”; quando si recava al lavoro cercava di associare un nome a tutte le cose che vedeva, e nel tornare a casa rifaceva lo stesso esercizio. Molte volte rimaneva alzato fino a tardi per memorizzare tutte le parole che erano scritte sui suoi libri e, quando si addormentava, si trovava a sognare un uomo alto, serio e corrucciato, che lo guardava con aria severa e che diceva di chiamarsi “congiuntivo”. Fino a quando, giunse il giorno dell’esame.
Nello stretto corridoio dell’oratorio si era riunito un folto gruppo di persone, delle più disparate nazionalità. Alcuni sfogliavano in modo meccanico i libri di testo; altri camminavano avanti e indietro mormorando verbi e parole; altri invece cercavano di distrarsi chiacchierando con gli altri compagni. Nell’aria si respirava un clima di tensione. Tutti sapevano che il test per passare dal livello base a quello intermedio era molto difficile e gli insegnanti esigenti: bastava fare più di due errori per dover ripetere la prova. A un certo punto si aprì la porta dell’aula e uno tra gli insegnanti cominciò a chiamare uno per uno i vari candidati, facendoli poi accomodare. Una volta finita la procedura, a ognuno di loro fu consegnato il foglio con le domande. Anche in questo caso le reazioni dei partecipanti era molto variegata: c’era chi si buttò a capofitto a scrivere; chi si guardava in giro con aria smarrita; chi cercava di copiare; chi fissava il foglio senza scrivere. Hamed fu tra quelli che all’inizio guardò il foglio in preda a uno stato confusionale, poi cercò di riprendersi e si concentrò sulle domande. Se avesse mantenuto la calma non sarebbe stato così difficile, dopotutto aveva sacrificato molte notti per poter raggiungere una degna preparazione. Cominciò a dare le risposte sulle quali si sentiva più sicuro e alla fine si ritrovò con tre dubbi: cavallo si scriveva con una o due “l”? Hamed optò per la prima soluzione. L’altra perplessità riguardava la forma verbale “che io fossi”: era congiuntivo passato o imperfetto? Decise passato. L’ultima incertezza riguardava il genere della parola “ape”: era maschile o femminile? Si ricordava di avere studiato che i nomi femminili terminavano per “a”, mentre quelli maschili in “o”: cosa c’entrava allora la “e”? Nel frattempo gli insegnanti dissero che il tempo a loro disposizione era finito. Hamed barrò velocemente, senza pensarci, il quadratino vicino alla scritta “femminile” e consegnò il test. Gli sembrava, nel complesso, di aver fatto una buona prova, ma le sue speranze si spensero quando si ritrovò in corridoio a parlare con i compagni. Dai loro discorsi apprese che cavallo andava scritto con la doppia “l” e “che io fossi” corrispondeva al congiuntivo imperfetto. Due errori quindi li aveva già fatti. Ne bastava un altro e sarebbe stato bocciato. Per quanto riguardava il genere della parola “ape” le opinioni erano discordanti: c’era chi sosteneva fosse maschile, chi femminile. Hamed sapeva che quella risposta poteva essere determinante per l’esito finale.
- Oh, speriamo che è femmina, quest’ape!- esclamò esasperato.
- Speriamo che sia femmina- lo corresse un tizio dall’aria saccente.
Dopo circa un’ora, uno degli addetti uscì fuori con un cartellone recante i risultati, che affisse sul muro. Tutti si recarono in massa a guardare: da ogni parte si levarono grida di giubilo miste a quelle di delusione. E tra quelle di giubilo c’erano anche quelle di Hamed: ce l’aveva fatta! Alla fine l’ape era una femmina! Dopo essere stato lì un po’ a ridere con gli altri promossi e a consolare i bocciati, uscì soddisfatto dall’edifico. Sapeva che in realtà questo piccolo successo non avrebbe influenzato la sua vita: il giorno seguente la sveglia sarebbe suonata di nuovo alle cinque, avrebbe lavorato tutta la giornata per pochi soldi, e la prospettiva di rivedere la propria famiglia era sempre lontana. Però si sentiva orgoglioso di se stesso e questo per ora bastava a levigare, seppure solo in superficie, le avversità della sua vita.

Uno sconosciuto dagli occhi verdi (mio secondo racconto, contenuto anche nell'antologia "Evviva quasi tutto", edita per beneficenza)

Tutto cominciò in una calda sera d’estate. Stavo passeggiando per le vie del paese in cerca di un po’ di refrigerio, quando un individuo dal fare sospetto si parò davanti a me: mi guardava con fare minaccioso e aveva un sorriso cattivo stampato in volto. Decisi di far finta di nulla e gli passai accanto, ma egli cominciò a urlare:
-Cosa ci fai qua tutta sola? Non sai che a quest’ora bisogna stare a casa?
Presa dal panico cominciai a correre, ed egli a seguirmi. Correvo e correvo, in cerca di un rifugio di salvezza, ma a un certo punto mi sentii presa in trappola: avevo infatti imboccato un vicolo cieco. Anche il mio nemico capì che ormai non potevo più scappare e cominciò a sghignazzare soddisfatto. Lo sapevo: era giunta la mia fine. Chiusi gli occhi, ormai consapevole del mio destino, quando all’improvviso sentii urlare il mio persecutore. Aprii gli occhi di scatto e lo vidi a terra sovrastato da un qualcosa, o meglio, da un qualcuno. Non lo seppi distinguere bene, ma ciò che mi colpirono furono i suoi splendidi occhi verdi. Lottarono per un tempo che mi sembrò infinito, e poi il mio aguzzino scappò in tutta fretta. Rimasti soli, il mio salvatore si voltò a guardarmi e poi fuggì anche lui. Mi misi ad urlare per cercare di fermarlo, ma i miei richiami rimbombarono per il vicolo senza produrre alcun effetto, se non quello dell’eco.
Passarono alcuni giorni ed io continuavo a pensare a lui: chi era e da dove veniva? Non lo avevo mai visto in giro! Avrei tanto voluto incontrarlo di nuovo per ringraziarlo di avermi salvato e per conoscerlo meglio. La sua immagine era sempre presente nella mia mente e non mi abbandonava nemmeno quando mi addormentavo. Ogni giorno vagavo per le strade e per i vicoli cittadini sperando di vederlo ancora, ma senza risultato. Fino a quando, una sera, mentre me ne stavo tornando a casa ancora una volta delusa, passando vicino ad una minuscola casetta senza recinzione, lo vidi, attraverso una finestrella. Sì, non potevo sbagliarmi: era proprio lui! Avrei potuto riconoscere dovunque i suoi splendidi occhi verdi! Senza farmi vedere mi avvicinai di più e osservai la scena: c’era una signora molto anziana che stava guardando la televisione, e lui era lì, seduto accanto a lei. A volte si guardavano e la signora gli sorrideva dolcemente: doveva avere circa ottant’anni, ma dai suoi lineamenti si capiva che da giovane doveva essere stata molto bella. Stetti per qualche tempo a guardarli, incapace di muovermi, e poi me ne tornai a casa soddisfatta. Il giorno dopo tornai a trovarli, ma non mi feci ancora vedere: mi piaceva guardarli di nascosto, e soprattutto ero incantata dall’amore che provavano l’uno per l’altro e che rendeva quella scena quasi fiabesca. Proprio per questo non mi andava di farmi scoprire: avevo timore di rompere quella magica atmosfera che li avvolgeva. Dopo un settimana però, decisi che avrei dovuto almeno lasciare un segno della mia gratitudine e perciò decisi di depositare alcune margherite sui gradini dell’ingresso. Il giorno dopo, quando mi recai da loro, vidi che i fiori erano stati raccolti e sistemati in un vaso posto sul tavolo vicino alla televisione. Capii quindi che avevano gradito il mio regalo e perciò ogni giorno portavo loro tutti i fiori che riuscivo a trovare: margherite, viole, denti di leoni, ranuncoli; ed ogni volta, quando il giorno dopo mi recavo alla finestra, li rivedevo nel vaso. Notai anche che la signora ogni tanto si fermava a guardarli con espressione beata e soddisfatta.
Tutto questo durò per circa tre mesi: un giorno infatti, mentre come al mio solito mi stavo recando alla casetta con un mazzolino di fiori, vidi che le persiane erano chiuse. Anche i fiori del giorno prima non erano stati raccolti, ma anzi, erano caduti dai gradini e qualcuno doveva averli calpestati. Passarono mesi e mesi e la situazione era sempre la stessa: la polvere ormai ricopriva gli scalini e attorno alle finestre si intrecciavano fili e fili di ragnatele. Sapevo in cuor mio che probabilmente quei giorni sereni erano finiti e che non avrei più rivisto lui e nemmeno la signora, quando una sera mi parve di vederlo sgattaiolare di nascosto in una casa abbandonata. Perché? Cosa andava a fare lì? Non sapeva che poteva essere pericoloso? E dov’ era finita l’anziana signora? I miei dubbi non potevano rimanere irrisolti: con fare prudente decisi di entrare in quella casa per cercare di capire quello che stava succedendo. L’interno era vuoto e polveroso. Sui muri si leggevano delle scritte incomprensibili, forse ad opera di senzatetto che avevano trovato rifugio in quel posto. Di lui nessuna traccia. Stavo perciò decidendo di tornare indietro quando un grosso cane cominciò a ringhiare contro di me. Spaventata iniziai a correre per tutta la casa senza trovare una via di uscita, quando sentii qualcuno dirmi:
-Vieni di qua, presto!
Era lui! I suoi occhi verdi splendevano nel buio della casa facendolo sembrare ancora più bello. Con un cenno mi indicò una piccola fessura nel bordo di una parete ed io, con fatica, cercai di passare attraverso di essa per riuscire a liberarmi dal cane. Per fortuna, quella bestiaccia non riuscì a raggiungermi, perciò rimase dentro la stanza continuando ad abbaiare.
Stavo riprendendo fiato, sollevata per lo scampato pericolo, quando vidi di nuovo il mio salvatore, che mi raggiunse e mi disse:
-Non sei proprio capace di stare fuori dai guai, eh?
A questo punto, con il cuore che mi batteva forte, decisi di raccontargli la verità: gli spiegai della mia gratitudine verso di lui per avermi aiutata quella sera, del fatto che lo avevo visto in quella casa e dei fiori che quotidianamente gli portavo. Gli confessai anche che un giorno avevo trovato la sua finestra serrata e che per questo lo avevo cercato in altre zone, trovandolo in quella casa abbandonata.
Egli mi ascoltò attentamente e poi mi disse:
-Erano mesi che non uscivo da quella casa: la mia migliore amica era molto anziana e malata e io volevo stare sempre accanto a lei per ringraziarla per tutto quanto aveva fatto per me. Però, da quando riceveva quei fiori era diventata più felice: era convinta che glieli portasse un suo giovane fidanzato partito anni fa per l’America e mai più tornato. Un brutto giorno però mi lasciò per sempre, e il proprietario della casa in cui abitavamo decise di chiuderla e di cacciarmi via e così in questi mesi mi sono ridotto a fare il vagabondo, a dormire in quella brutta casa e a racimolare il cibo un po’ di qua e un po’ di là.
Ascoltai la sua storia molto attentamente e subito presi una decisione. Non avrei potuto separarmi da lui, non ora che lo avevo ritrovato, e non avrei nemmeno potuto lasciarlo nei guai.
-Senti- gli dissi- potresti venire a vivere con me.
Egli, stupito, spalancò gli occhi ed esclamò:
-Sei sicura? Non darei fastidio?
-No di certo: sono una gatta molto fortunata. I miei padroni mi curano e mi coccolano sempre: non penso farebbero storie per un micio in più, e se no starò io con te e faremo insieme i vagabondi.
Mi sorrise amorevolmente e mi disse:
-Va bene, verrò con te: sei una gatta molto buona, carina e gentile; dimmi come ti chiami.
-La mia padroncina mi chiama Fifì, e tu?
-Non conosco il mio nome, ma la signora mi diceva sempre Micio- micio.
-Ok, Micio- micio, andiamo, ora non sarai più solo.
Ci dirigemmo insieme verso la mia casa e, mentre camminavamo, le nostre code si toccavano disegnando in cielo un cuore perfetto.

Un amore d'altri tempi (rivisitazione in chiave moderna dell'amore tra Dante e Beatrice e mio primissimo racconto)



La prima volta che la incontrai avevo nove anni: mi ricordo che era una bellissima giornata di sole e che stavo giocando nel parco di fronte al mio condominio con i miei amici. A un certo punto sentii la voce di mia madre che mi sollecitava a rientrare per salutare una certa amica di famiglia venuta da non so quale città. Di malavoglia mi affrettai verso casa e quando aprii la porta rimasi meravigliato: la donna non era sola, ma l’accompagnava una bellissima bambina all’incirca della mia stessa età con la carnagione bianca, gli occhi azzurri e i capelli biondi; indossava uno stupendo vestitino rosso e una cintura stretta in vita. Pur essendo molto giovane rimasi quasi folgorato da quella visione e sentii battere forte il mio cuore. Non fui capace di parlare, biascicai un “ciao” e salii di corsa in camera mia. Sapevo di non avere fatto una splendida figura, e perciò mi imposi di cancellare dalla mia mente quell’episodio, anche se, con il passare del tempo, mi ritrovavo qualche volta a fantasticare su quella bambina dall’aspetto angelico,  la quale seppi poi chiamarsi Beatrice.

Nel frattempo gli anni passarono, dopo aver terminato le scuole medie mi iscrissi al liceo classico e inoltre scoprii una passione sempre più forte per la musica. Assieme a tre dei miei amici (Guido, Guido e Lapo) formai un complesso musicale di cui io, oltre a esserne la voce ero anche l’autore di numerosi brani. La nostra peculiarità non era quella di puntare sul classico testo commerciale, tutto musica ma zero significati, ma sul cercare di fondere insieme parole, musica e pensieri profondi, come l’amore, l’amicizia e la filosofia. Cominciammo con l’inserire alcuni nostri brani sul canale Youtube e a partecipare ad alcuni concorsi della nostra città, Firenze. Ben presto iniziammo a ottenere alcuni successi, che a noi diedero l’impulso di continuare, ma che ad altri offrirono il pretesto di fare delle critiche, tanto che un certo Bonny, leader di un gruppo pop semisconosciuto, ebbe l’ardire di scrivere un brano su di noi fatto apposta per criticarci, descrivendoci come autori di brani oscuri e complicati. Ma a noi delle critiche poco importava e il nostro successo confermava che il nostro nuovo stile non era poi così poco chiaro e quindi, proprio in onore della nostra particolarità, decidemmo in seguito di chiamarci “The new styles”.

Ma la musica non era l’unica mia passione: amavo, e amo tutt’ora, la letteratura, soprattutto quella latina e quella italiana del 1200. Mentre i miei coetanei si divertivano a giocare con i videogiochi, io non perdevo mai l’appuntamento con il  mio libro preferito: l’Eneide di Virgilio.

E fu proprio mentre me ne stavo seduto a rileggere per l’ennesima volta dell’amore travagliato tra Enea e Didone, che sentii alcuni compagni dire che una nuova ragazza appena trasferitasi in città sarebbe venuta a stare nella nostra classe, e la notizia non si rivelò fasulla. Infatti non appena finì l’intervallo entrò subito la nostra professoressa seguita da una ragazza, che riconobbi all’istante: era lei… colei che avevo visto nove anni prima in casa mia! Questa volta indossava un vestito tutto bianco, che le arrivava fino alle caviglie e, quando mi passò davanti per sedersi al suo posto, mi salutò discretamente. Mi aveva riconosciuto! Ciò mi procurò una felicità immensa, ma anche un po’ di turbamento, così mi ripromisi di parlarne con i miei amici della band appena finita la lezione.

Una volta che ebbi raccontato loro la situazione, essi si mostrarono meravigliati dato che fino a quel momento nessuna ragazza aveva catturato in questo modo il mio cuore, e ognuno mi espresse la propria opinione sul da farsi: Lapo, da anni fidanzatissimo con Giovanna, mi consigliò di fare in modo di attirare la sua attenzione verso di me compiendo chissà quale atto eroico (sostituirla in qualche interrogazione?); Guido G. invece, mi spronò di conquistarla attraverso un brano musicale scritto apposta per lei; Guido C., infine, fresco fresco di rottura con una delle sue numerose ragazze, mi ammonì dicendo che la situazione non avrebbe portato a nulla di buono e che l’amore porta sempre dolore. Alla fine li lasciai più confuso di prima, ma con la convinzione che forse avrei dovuto procedere di testa mia.

Alla fine però fu il destino a decidere per me e questo mi trascinò in un circolo vorticoso di eventi: una mattina, durante l’intervallo, invece di dedicarmi come mio solito alla lettura, me ne stavo seduto ad ammirare quella creatura celestiale, che stava chiacchierando con Maria, una sua amica. In quel preciso istante, però, mi si parò davanti Elena, la pettegola della classe, capra nello studio, ma estremamente informata su tutte le situazioni amorose della classe, anzi no che dico… dell’intera scuola! Mi sorrise con fare malizioso e mi chiese quali delle due bellezze stessi mangiando con gli occhi. Tentai di negare, ma quella smorfiosa, continuando a tormentarmi, mi obbligò a confessare; ma io, per evitare che la mia Beatrice diventasse preda di inutili pettegolezzi, con fare teatrale, ammisi la mia presunta ammirazione verso Maria. In questo modo, nel giro di pochi giorni, tutta la scuola venne a sapere che Dante della VC era segretamente innamorato di Maria della VB. Sperai che il succulento pettegolezzo si esaurisse in pochi giorni, giusto il tempo di scoprirne un altro, ma non avevo fatto i conti con la diretta interessata, Maria. A quanto pare a lei non dava fastidio che si dicessero tutte queste cose su di noi, infatti, poco dopo, mi invitò a uscire per prendere un gelato insieme. Fui tentato di rifiutare, ma poi ebbi un lampo di genio: forse, uscendo con lei, avrei potuto ottenere delle informazioni importanti su Beatrice, tipo il suo numero di cellulare! Con questo proposito decisi accettare l’appuntamento, ma ciò non si rivelò una buona idea: come avrei potuto parlare di un’altra con una ragazza che ha occhi solo che per te? Alla fine, quando la riaccompagnai a casa, misi bene in chiaro la situazione, nel caso si stesse facendo strane idee, affermando che ero troppo giovane e che non mi andava di impegnarmi con nessuna ragazza. Maria sembrò delusa, ma non disse nulla.

A questo punto ero sollevato per essere uscito da questa situazione, anche se non avevo fatto nessun passo avanti con Beatrice, la quale continuava a rivolgermi solo un saluto alla mattina e uno dopo le lezioni (sempre che se ne ricordasse!). Ora però la mia attenzione stava cadendo sulla seconda amica di Beatrice, Lucia. Se con Maria avevo fallito, forse da Lucia sarei riuscito a ottenere qualcosa! Così, due settimane dopo l’uscita con Maria, invitai Lucia a uscire. La ragazza sembrò sorpresa dal mio invito, ma non rifiutò. Uscimmo una domenica pomeriggio e andammo al cinema. Dopo il film cominciai a parlarle in generale dei miei amici, dissi che con loro mi trovavo molto bene e le chiesi se anche lei stesse bene con le sue amiche. Mi rispose di sì, e io, facendo lo svampito, le chiesi di dirmi i nomi della sue amiche e, quando Lucia nominò Beatrice, le domandai sorpreso se per caso quella Beatrice fosse proprio la mia compagna di classe e, alla sua risposta affermativa, le chiesi se cortesemente mi poteva dare il suo numero di cellulare perché dovevo chiederle un aiuto con i compiti di matematica. Ecco: finalmente ce l’avevo fatta! Ero lì, tutto contento e trionfante quando, senza nemmeno rendermene conto, vedemmo Maria, più infuriata che mai, correre verso di noi: raggiunse Lucia, le diede uno schiaffo e cominciò a urlare dicendo che la sua amica era una traditrice e che adesso aveva capito perché io non avevo voglia di impegnarmi con lei. A questo punto Lucia diede uno spintone a Maria gridando che ero stato io a invitarla fuori e che non c’era niente tra di noi, e poi continuarono a gridare insultandosi a vicenda e rinfacciandosi ogni cosa venisse loro in mente quel momento. E io ero lì, che non sapevo che pesci pigliare: come avrei potuto ora richiedere a Lucia il numero di cellulare? Decisi che per me era giunto il momento di tagliare la corda, mormorai un saluto che probabilmente nemmeno sentirono e corsi al sicuro verso casa. Pensavo che la storia si fosse conclusa e che il giorno dopo non ci sarebbero state conseguenze, ma sfortunatamente mi sbagliavo.

Il giorno seguente, infatti, non appena varcai la soglia della classe, Beatrice venne subito verso di me con fare battagliero. Non feci nemmeno in tempo a constatare ciò, che subito cominciò a urlarmi contro dicendomi che ero un arrogante e un presuntuoso, che avevo giocato con i sentimenti delle sue migliori amiche e che ora, per colpa mia, non si parlavano più. A ciò seguì una lunga serie di insulti. Poi, quando ebbe finito la sua sfuriata, se ne tornò al suo banco, giusto in tempo per l’inizio delle lezioni. Cercai di concentrarmi sulle spiegazioni degli insegnanti, ma la mia mente vagava altrove: mentre Beatrice urlava da una parte ero contento, visto che finalmente si era rotto il ghiaccio tra di noi, ma d’altra parte quello che mi aveva urlato non corrispondeva con quanto avevo sognato che ella mi dicesse! Aveva ragione: avevo combinato proprio un bel pasticcio, se solo avesse saputo la verità! Se solo avesse capito che avevo cercato un modo discreto per avvicinarmi a lei evitandole un mucchio di pettegolezzi, forse si sarebbe ricreduta sul mio conto. Ma oramai non potevo fare nulla, e da quel giorno smise per sempre di salutarmi.

Cosa avrei potuto fare ora? Come avrei potuto fare amicizia con lei se ora nemmeno più mi rivolgeva un saluto, saluto che per me rappresentava una salvezza nel mezzo delle mie solite incombenze quotidiane? Ci rimuginai sopra per molto tempo, senza trovare una soluzione, fino a quando, un giorno, ebbi come una folgorazione: Beatrice poteva anche non salutarmi più, però continuavo a vederla tutti i giorni a scuola e per le vie della città, la sua sola presenza mi avrebbe aiutato a superare quel momento difficile e a tramutare il mio dispiacere in testi musicali destinati alla sua lode! Decisi di mettermi subito all’opera, tanto più che in quel periodo io e la mia band avevamo bisogno di nuovi testi per partecipare a un concorso locale. Preso da una sfrenata ispirazione composi più di dieci brani, che i miei amici accolsero con grande entusiasmo. A questo punto la faccenda sembrava essersi sistemata, a me bastava vederla e lodarla con la mia musica per essere felice, ma il destino non aveva ancora finito di sconvolgermi. In un giorno di fine maggio, quando varcai la soglia della classe, vidi vuoto il banco di Beatrice e subito dopo la professoressa ci diede una notizia che mi lasciò senza fiato: la ragazza aveva dovuto cambiare improvvisamente città a causa del lavoro di suo padre. A questo punto ripiombai nella disperazione: come avrei potuto parlare di lei, se costei non c’era più? Come avrei fatto a trarre ispirazione dalla sua presenza se questa mi era negata? Cercai di scoprire in quale posto si fosse trasferita, ma non riuscii mai a scoprirlo. Le uniche a saperlo erano le sue due migliori amiche, che però si guardarono ben bene dal dirlo in giro, in quanto Beatrice le aveva intimate di non dire nulla a nessuno. Nemmeno i miei genitori seppero nulla perché ormai da tempo avevano perso i contatti con la sua famiglia. E in più cominciavo pure a perdere l’ispirazione per scrivere i miei brani, visto che la mia musa ispiratrice non c’era più! Cercai di trovarne un’altra e per un po’ frequentai la mia amica Sofia, ma dopo poco tempo capii che non era la stessa cosa. Dovevo cercare di dimenticarla, ma non volevo che il tempo mi portasse via definitivamente il suo ricordo. Bisognava trovare una soluzione, dovevo compiere qualcosa di grande, un qualcosa che nessun ragazzo avrebbe mai fatto per la propria amata.



Sono passati molti anni da quel giorno: adesso vivo a Ravenna, con mia moglie Gemma e i miei figli Jacopo, Pietro e Antonia, ma non ho dimenticato l’ispiratrice della mia giovinezza. In questo arco di tempo ho lavorato molto, ma non a un testo musicale, bensì a uno letterario. In esso ho cercato di unire il mio interesse per Beatrice con la mia passione per i classici: in compagnia del mio amico Virgilio racconto la storia di un lungo viaggio che compii in un periodo buio della mia vita per essere salvato dal mio amore di gioventù. Ho deciso di intitolare Commedia la mia storia per sottolinearne il lieto fine, e proprio ora l’ho appena pubblicata su internet su un sito di self-publishing.

Non so se riuscirò a vendere qualche copia, di questi tempi non è facile ottenere successo, però credo molto nel valore di quest’opera e spero non solo che possa essere apprezzata, ma anche che possa diventare famosa in modo tale che il mio amore per Beatrice possa essere celebrato in eterno.