venerdì 22 aprile 2016

Le favole di Leonardo da Vinci

Cari lettori, per la mia rubrica culturale del venerdì oggi ho deciso di parlarvi delle favole di Leonardo da Vinci. Ebbene sì, il celebre pittore, scultore, architetto, ingegnere e chi più ne ha più ne metta, fu anche il primo autore a scivere favole in lingua volgare.

Esse furono composte tra il 1490 e il 1494, probabilmente per allietare le serate presso la corte milanese di Ludovico il Moro, presso la quale il genere era molto diffuso. 

Nella loro ideazione, Leonardo usò come fonti opere di alcuni autori, come Plinio il Vecchio e la sua enciclopedia, il Burchiello e Leon Battista Alberti. Ma anche il greco Esopo, pioniere di questo genere, fu assai considerato, soprattutto nello sviluppo delle morali che concludono ogni favola, ma sempre nell'ottica di una personale rielaborazione.

Da punto di vista strutturale, alcune di queste favole sono brevi e dal ritmo molto rapido, mentre altre sono composte da periodi più lunghi e dall'andamento maggiormente rallentato. Soprattutto in quest'ultimo gruppo Leonardo decise di inserire molti dialoghi.

A differenza della tradizione, i personaggi delle favole leonardesche non sono fissi e stereotipati e la loro visionomia si evolve all'interno della narrazione. Tra questi troviamo animali, uomini, piante, oggetti, divinità, ma anche pietre e i quattro elementi naturali. 

Tra questi, le piante sono i soggetti prediletti, e a ciascuna di esse Leonardo attribuisce un carattere umano (al fico l'esuberanza, al giglio la superbia, per fare qualche esempio). 
Stessa cosa fa con gli oggetti: il rasoio diventa l'emblema dell'indolenza; lo specchio della vanità; la carta dell'individualismo. 
Gli animali utilizzati sono invece quelli più ignorati dalla tradizione, come ragno, la farfalla e l'ostrica, mentre a quelli più tradizionali, Leonardo attribuisce loro caratteristiche inusuali, come all'aquila la goffaggine e l'ingenuità al granchio. 

Filo conduttore di queste composizioni sono il rapporto tra l'uomo e la natura: Leonardo sottolinea soprattutto l'importanza di non valicare i limiti della natura e la necessità di condannare chi osa farlo. Insomma, degli argomenti molto attuali, considerando poi che oggi si celebra la giornata mondiale della Terra!


Di seguito vi lascio alcune di queste favole tutte tratte dal sito  https://annaritaverzola.wordpress.com, le quali sono state a loro volta prese dall'adattamento linguistico compiuto da Bruno Nardini (copertina in foto). 
Colgo infine l'occasione per ringraziare Giuditta Cirnigliaro, autrice del saggio "Le favole di Leonardo da Vinci. Strutture e temi" per aver reso pubblico il suo scritto, dal quale ho tratto le informazioni che vi ho presentato. 




Il ragno nella buca della chiave
Un ragno, dopo aver esplorato tutta la casa, di fuori e di dentro, pensò di rintanarsi nel buco della serratura. Che rifugio ideale! Chi lo avrebbe mai scoperto, lì dentro?
Lui, invece, affacciandosi sull’orlo della toppoa, avrebbe potuto guardare dappertutto senza correre alcun rischio.
“Lassù – diceva fra sé, sbirciando la soglia di pietra – tenderò una rete per le mosche; quaggiù – aggiungeva scrutando lo scalino – ne tenderò un’altra per i bruchi; qui, vicino al battente dell’uscio, farò una piccola trappola per le zanzare.”
Il ragno gongolava. Il buco della serratura gli dava una sicurezza nuova, straordinaria; così stretto, buio, foderato di ferro, gli sembrava più inattaccabile di una fortezza, più sicuro di qualsiasi armatura.
Mentre si crogiolava in questi pensieri, gli giunse all’orecchio un rumore di passi: allora, prudente, si ritirò in fondo al suo rifugio.
Qualcuno stava per entrare in casa; una chiave tintinnò, s’infilò nel buco della serratura e lo schiacciò.


La pianta e il palo
Una pianta, che cresceva rigogliosa innalzando nel cielo il suo pennacchio di tenere foglie, mal sopportava, accanto a sé, la presenza di un palo diritto, secco e vecchio.
“Palo, tu mi stai troppo addosso. Non potresti andare più in là?”
Il palo fece finta di non aver udito e non rispose. Allora la pianta si rivolse alla siepe di pruni che la circondava:
“Siepe, non potresti andare in qualche altro posto? Tu mi dai noia.”
La siepe fece finta di non aver udito, e non rispose.
“Bella pianta – disse allora una lucertola alzando il capino e guardandola di sotto in su – ma non lo vedi che il palo ti fa stare ritta? Non ti accorgi che la siepe ti difende dalle brutte compagnie?”

La vitalba
Nell’ombra della siepe, la vitalba attorcigliava i suoi verdi bracci intorno ai tronchi e ai rami del biancospino. Arrivata in cima si guardò attorno, e vide un’altra siepe che fiancheggiava l’altra parte della strada.
“Come mi piacerebbe arrivare fin là” disse la vitalba. “Quella siepe è più bella e più grande di questa.”
E un po’ per volta, protendendo le braccia, si avvicinava ogni giorno di più alla siepe di fronte. Finalmente la raggiunse, si allacciò a un ramo e incominciò felice ad avvilupparglisi intorno. Ma poco dopo, per quella strada, passarono dei viandanti, che si trovarono, all’improvviso, di fronte a quel ramo di vitalba che sbarrava la via. Allora, con le mani, lo spezzarono, lo strapparono via dalla siepe e lo buttarono nel fosso.


Il granchio
Un granchio si accorse che molti pesciolini, anziché avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti intorno a un masso. L’acqua era limpida come l’aria, e i pesci nuotavano tranquilli godendosi l’ombra e il sole.
Il granchio attese la notte, e quando fu sicuro che nessuno lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso.
Da quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana, spiava i pesciolini, e quando gli passavano vicino li acciuffava e li mangiava.
“Non è bello ciò che stai facendo” brontolò il masso. “Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti”.
Il granchio non lo ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore prelibato.
Ma un giorno, all’improvviso, venne la piena. Il fiume si gonfiò, investì con grande forza il masso, che rotolò nel letto del fiume, schiacciando il granchio che gli stava sotto.

Il pavone
Sperava di tornare presto, ma i giorni passavano senza che lui si facesse vedere. Gli animali del cortile avevano fame e sete; perfino il gallo non cantava più.
Stavano tutti immobili, per non consumare le forze, sotto l’ombra di una pianta.
Soltanto il pavone, anche quel giorno, si levò barcollando sulle zampe, aprì a ventaglio la sua grande e variopinta coda, e incominciò a passeggiare avanti e indietro.
“Mamma – domandò la magra gallinella alla chioccia – perché il pavone fa la ruota tutti i giorni?”
“Perché è vanesio, figlia mia; e l’ambizione è un vizio che scompare soltanto con la morte.”

4 commenti:

  1. Non ne avevo idea! Ma dai, che genio che era! :)

    Ti ho nominata qui !

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Eh sì, era proprio un genio!
      Grazie per la nomina :-)

      Elimina
  2. Cara Ariel, come sempre la tua rubrica ci fa scoprire cose nuove e originali.
    Non avrei mai pensato che Da Vinci fosse anche uno scrittore se non avessi letto questo post!
    Ti ringrazio moltissimo per questa opportunità di conoscenza!
    Un abbraccio! :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie a te, Erin, lo scopo di questa mia rubrica è proprio quello di presentare argomenti letterari poco conosciuti e, a dir la verità, anch'io sto imparando molte cose ;-)

      Elimina