venerdì 8 gennaio 2016

La prova (mio terzo racconto, finalista al concorso a tema "Speriamo che sia femmina")

La vita di Hamed non era molto diversa da quella dei suoi connazionali. Era nato in un piccolo paese del Marocco, ed era cresciuto in una famiglia numerosa, composta da cinque fratelli e quattro sorelle. A vent’anni si era sposato e in breve tempo era diventato padre di tre bambini.
La vita nel suo paese era molto difficile, non aveva un lavoro fisso, e sua moglie stava tutto il giorno in casa con i bambini, che avevano sempre più fame. Così, decise di dare una svolta alla loro vita imitando la scelta di alcuni suoi conoscenti: andare in Italia. Nonostante il parere diffidente della moglie, un giorno, con pochi risparmi, s’imbarcò su una nave diretta a Palermo. Il suo progetto consisteva nello stare lì da solo il tempo necessario per guadagnare abbastanza denaro, per far poi trasferire lì definitivamente tutta la sua famiglia. Durante il viaggio, per potersi pagare completamente le spese, lavorò come mozzo e facchino sulla nave.
Una volta giunto sull’isola, riuscì a trovare una sistemazione dividendo un piccolo monolocale in subaffitto con altri tre coinquilini che provenivano dal suo stesso paese. Subito dopo essersi sistemato, si diede da fare per trovare un lavoro, e ben presto venne assunto come operaio in una catena di montaggio. Lavorava più di dieci ore al giorno, con uno stipendio di pochi euro, la vita era cara e la prospettiva di rivedere la sua famiglia si faceva sempre più lontana. Tutto quello che guadagnava lo mandava alla moglie, che però trovava difficoltà nell’accumulare i risparmi per poterlo raggiungere con i bambini. Molte volte si scoraggiava, ma era un tipo testardo, e difficilmente avrebbe abbandonato il proposito di offrire alla sua prole una vita migliore.
Ben presto però si rese conto che, per integrarsi nel suo nuovo mondo, avrebbe dovuto imparare bene la lingua italiana: tante volte si trovava in difficoltà quando doveva comunicare con la gente del posto. Decise così di iscriversi a un corso di italiano per stranieri offerto gratuitamente dalla parrocchia. Il corso si teneva alla sera, subito dopo il lavoro, ed era strutturato in tre livelli: elementare, intermedio e avanzato.
Dopo qualche mese, quando terminò il corso elementare, Hamed dovette affrontare una prova per poter accedere al livello intermedio. Si trovò così a dover studiare subito dopo il lavoro su libri di lessico, di grammatica, di ortografia. Prima di addormentarsi ripeteva tutti i tempi verbali del verbo “essere”, mentre alla mattina quelli del verbo “avere”; quando si recava al lavoro cercava di associare un nome a tutte le cose che vedeva, e nel tornare a casa rifaceva lo stesso esercizio. Molte volte rimaneva alzato fino a tardi per memorizzare tutte le parole che erano scritte sui suoi libri e, quando si addormentava, si trovava a sognare un uomo alto, serio e corrucciato, che lo guardava con aria severa e che diceva di chiamarsi “congiuntivo”. Fino a quando, giunse il giorno dell’esame.
Nello stretto corridoio dell’oratorio si era riunito un folto gruppo di persone, delle più disparate nazionalità. Alcuni sfogliavano in modo meccanico i libri di testo; altri camminavano avanti e indietro mormorando verbi e parole; altri invece cercavano di distrarsi chiacchierando con gli altri compagni. Nell’aria si respirava un clima di tensione. Tutti sapevano che il test per passare dal livello base a quello intermedio era molto difficile e gli insegnanti esigenti: bastava fare più di due errori per dover ripetere la prova. A un certo punto si aprì la porta dell’aula e uno tra gli insegnanti cominciò a chiamare uno per uno i vari candidati, facendoli poi accomodare. Una volta finita la procedura, a ognuno di loro fu consegnato il foglio con le domande. Anche in questo caso le reazioni dei partecipanti era molto variegata: c’era chi si buttò a capofitto a scrivere; chi si guardava in giro con aria smarrita; chi cercava di copiare; chi fissava il foglio senza scrivere. Hamed fu tra quelli che all’inizio guardò il foglio in preda a uno stato confusionale, poi cercò di riprendersi e si concentrò sulle domande. Se avesse mantenuto la calma non sarebbe stato così difficile, dopotutto aveva sacrificato molte notti per poter raggiungere una degna preparazione. Cominciò a dare le risposte sulle quali si sentiva più sicuro e alla fine si ritrovò con tre dubbi: cavallo si scriveva con una o due “l”? Hamed optò per la prima soluzione. L’altra perplessità riguardava la forma verbale “che io fossi”: era congiuntivo passato o imperfetto? Decise passato. L’ultima incertezza riguardava il genere della parola “ape”: era maschile o femminile? Si ricordava di avere studiato che i nomi femminili terminavano per “a”, mentre quelli maschili in “o”: cosa c’entrava allora la “e”? Nel frattempo gli insegnanti dissero che il tempo a loro disposizione era finito. Hamed barrò velocemente, senza pensarci, il quadratino vicino alla scritta “femminile” e consegnò il test. Gli sembrava, nel complesso, di aver fatto una buona prova, ma le sue speranze si spensero quando si ritrovò in corridoio a parlare con i compagni. Dai loro discorsi apprese che cavallo andava scritto con la doppia “l” e “che io fossi” corrispondeva al congiuntivo imperfetto. Due errori quindi li aveva già fatti. Ne bastava un altro e sarebbe stato bocciato. Per quanto riguardava il genere della parola “ape” le opinioni erano discordanti: c’era chi sosteneva fosse maschile, chi femminile. Hamed sapeva che quella risposta poteva essere determinante per l’esito finale.
- Oh, speriamo che è femmina, quest’ape!- esclamò esasperato.
- Speriamo che sia femmina- lo corresse un tizio dall’aria saccente.
Dopo circa un’ora, uno degli addetti uscì fuori con un cartellone recante i risultati, che affisse sul muro. Tutti si recarono in massa a guardare: da ogni parte si levarono grida di giubilo miste a quelle di delusione. E tra quelle di giubilo c’erano anche quelle di Hamed: ce l’aveva fatta! Alla fine l’ape era una femmina! Dopo essere stato lì un po’ a ridere con gli altri promossi e a consolare i bocciati, uscì soddisfatto dall’edifico. Sapeva che in realtà questo piccolo successo non avrebbe influenzato la sua vita: il giorno seguente la sveglia sarebbe suonata di nuovo alle cinque, avrebbe lavorato tutta la giornata per pochi soldi, e la prospettiva di rivedere la propria famiglia era sempre lontana. Però si sentiva orgoglioso di se stesso e questo per ora bastava a levigare, seppure solo in superficie, le avversità della sua vita.

2 commenti:

  1. ciao ariel
    ben scritto e tema molto attuale direi, quello da te affrontato..
    ti auguro una buona serata
    daniela
    https://infusodiriso.wordpress.com/

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    1. Ciao Daniela, grazie per il tuo commento :-)

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